Friday, December 11, 2009

Rifarsi il nome

Facciamo un gioco”, dico a Jeff porgendogli un quadernetto vuoto.

Visto che a causa di una piccola operazione chirurgica mi trovo convalescente e semi-immobilizzata ad annoiarmi in un letto, m’invento questa cosa.

Lui guarda il quaderno, lo arrotola fino a dargli una forma vergognosamente fallica e, con aria compiaciuta, dice: “Mi piaci quando fai la perversa”.

Senza nemmeno degnarlo di una risposta, riprendo come se nulla fosse.

Si chiama “Quello che hai fatto per me”. Il gioco, intendo. Dura una settimana. Durante la quale si deve ripercorrere mentalmente i due anni e rotti di matrimonio e, ognuno sul proprio quaderno, lasciarci andare ad una confessione intima, scrivendo tutte le cose (gesti, momenti, attenzioni) che – in positivo – l’altra persona ha fatto per noi.

Con qualche variante assomiglia ai compatibility tests che i pastori o i consulenti matrimoniali sottopongono alle future coppie per verificare quanto siano idonee a sposarsi.

Così è. Alla fine della settimana ci scambiamo i quaderni (vietato sbirciare durante!) e ognuno legge i pensieri privati dell’altra persona.

Ora, evitando di scendere in dettagli troppo personali, dico solo che, a lettura terminata, sono io la prima a riconoscere alla mia metà di aver fatto per me più di quanto io abbia fatto per lui.
In un passaggio dei miei scritti, infatti, ricordo come lui, in un momento buio e disperato, mi abbia salvato la vita. Letteralmente.

Ma lui, il mio cowboy zen, anche quando sembra fluttuare a un milione di miglia di distanza, è sempre pronto a porgermi la mano, farmi montare sul suo cavallo e, insieme, galoppare verso un nuovo glorioso orizzonte.

Hey, mi sa che hai vinto tu alla grande”, mi dice ricominciando ad arrotolare alla cazzo il mio bel quadernino con tanto di scritta I Heart U da me autografato.

Lo guardo sorpresa. “Cos’ho fatto di tanto speciale per te da meritare la vittoria?
Hai cambiato il tuo nome”, fa lui. “Dici niente?

Beh, è vero. Nessuna legge mi obbligava a farlo. Non più, almeno. Anzi, adesso potrebbe anche essere il marito ad assumere il cognome della moglie. Oppure non fare niente del tutto e ognuno vivere col suo nome di nascita. Però, in queste cose mi sento molto tradizionalista, per cui non ho esitato a prendere il suo nome.

Ma – e forse a questo si riferisce Jeff – non si è trattato di un passaggio così semplice.

E allora ripenso…

Come prima cosa mi reco dunque al Department of Motor Vehicles. Prendo il mio numero e aspetto.
Arriva il mio turno. Mi faccio avanti e dico: “Devo cambiare il nome sulla patente”.
Perché?”, fa quello. (Come, perché?…Perché ho appena svaligiato tutto l’oro di Fort Knox e non intendo farmi prendere, è ovvio).
Tiro fuori il certificato di matrimonio. Quello gli dà un’occhiata con aria annoiata (Stai sicuro che se ci fosse stato il tuo di nome su quel certificato non saresti per nulla annoiato, stronzo!).
Mi chiede la Social Security Card. Gliela do (la Social Security Card).
La guarda, la confronta col certificato di matrimonio e mi fa: ”Ma qui c’è il suo nome” (Beh sì, ma solo perché il mio nome è più bello del tuo).
Prima deve far cambiare la Social Security Card e poi torna qui”, taglia corto implacabile.

Così mi reco al Social Security Office. Prendo il mio numero e aspetto.
Arriva il mio turno. Con aria decisa (ormai non mi fregano più!), prima che l’impiegata parli, allungo sul banco la mia Social Security Card.
Devo cambiare il nome”, le sparo con sicurezza.
Ha già registrato quello nuovo?”, mi sgonfia subito la troia.
Che ne so. Glielo dico qui adesso a lei e lei me lo registra, no?
No cara, no entiende, deve andare all’altro ufficio e farsi rilasciare il documento di registrazione del nuovo nome.

Cambio ufficio. Prendo il mio numero e aspetto.
Arriva il mio turno. Metto sul banco la Social Security Card.
Devo registrare il mio nuovo nome”, faccio.
Mi serve il certificato di matrimonio”, fa quello. (Fregato! Ce l’ho con me, tié!)
Che nome devo mettere?” (No, dico, allora perché mi chiedi il certificato di matrimonio se poi io posso scegliere qualsiasi nome mi venga in mente?…Facciamo Anna Karenina? Obama Barack? Suze Lamb? Wonder Woman?…Ed è così, giuro. Bob Dylan si chiama Bob Dylan non soltanto sulle copertine dei dischi ma anche sui documenti legali e i suoi figli si chiamano Dylan, non Zimmerman).
Poi, tutto d’un fiato, gli sparo un Alexandra Suzanne Meadow Amberson Roberts. (E vedi di scriverlo tutto in una riga, cretino!).

Col documento di registrazione del nuovo nome torno trionfante nell’ufficio di prima. Prendo il mio numero e aspetto.
Arriva il mio turno. Rimetto sul banco la Social Security Card col nome “vecchio” e la registrazione col nome “nuovo”. (Ormai ho deciso di non parlare più).
Torni tra qualche giorno per il ritiro”. (Fottiti, troia).

Finalmente con la mia Social Security Card nuova fiammante torno al Department of Motor Vehicles. Prendo il mio numero e aspetto.
Arriva il mio turno. Metto sul banco la patente col nome “vecchio” e la Social Security Card col nome “nuovo”.
DL44”, biascica lo sporcaccione. Lo guardo con la faccia di una vacca che sta per essere inculata dal toro più superdotato della contea.
Ce l’ha la DL44?”, insiste quello (Ma come si permette? Guardi che io mi faccio scopare solo col preservativo, non sono mica una promiscua, io!)
Ho bisogno la Card Application”, continua inesorabile. (Ahh, la Card Application, la DL44…poteva dirlo prima!)
No, non ce l’ho”.
Allora deve telefonare e fissare l’appuntamento” (Senti stronzone, fuori ci sono miglia e miglia di uomini e donne che farebbero la fila per uscire con me e tu mi dici che devo andarmene per poi ritelefonarti e supplicarti di farmi venire di nuovo qui dove sono adesso e dove sono già stata la settimana scorsa?…)
Sì, le cose stanno proprio così.

Esco ripetendomi: “Sono Lexi Amberson, sono Lexi Ambersonper tutta la mia vita nient’altro che Lexi Amberson…”

Non ricordo quanti giorni passano prima dell’appuntamento fatale. So soltanto che per manifestare la mia protesta e il mio spregio per la burocrazia insensibile mi presento senza essermi lavata le ascelle né detersa la patata col mio Dove vaginal lotion.

Finalmente compilo la dannata Card Application, consegno la mia nuova foto (accettata senza guardare se sono proprio io oppure Princess Fiona in groppa a Donkey) e mi fanno pucciare il ditone nell’inchiostro.

Beh, pensavo che fosse la polizia a scattare le foto dei colpevoli. Va bene che in California non ci sono più soldi, ma che adesso chi sta per essere arrestato debba portarsi da casa la foto segnaletica mi sembra un po’ troppo!…Ho solo una richiesta da fare: se mi mandate a Corcoran, non mettetemi in cella con Charles Manson, che già dormo poco di mio...Al massimo con Phil Spector, almeno si passa il tempo parlando di rock’n’roll…

Mentre ammiro il mio nuovo pollice stile Michelle Obama, vengo spedita nella stanza accanto. Già mi vedo tutta nuda contro la parete, esaminata rettalmente da una robusta secondina lesbica e infine docciata senza pietà fino alla scarnificazione.

Per qualche istante vengo lasciata sola, in balia dei miei pensieri disperati. Appare infine un impiegato che mi consegna un foglio.
Dove devo andare adesso?”, chiedo rassegnata senza nemmeno guardarlo.
A casa”, mi dice quello. “Finché non le spediamo per posta la nuova patente, questo documento vale come sostituto temporaneo”.

Vorrei abbracciarlo, forse addirittura baciargli le mani e infilargli le Armadillo Slippers che sicuramente un tipo come lui non può non indossare nell'intimità domestica, ma vengo subito stoppata nel mio insano proposito.
22 dollari”, dice freddamente l’uomo. (E che, ti devo pure pagare per la rottura di ovaie che mi avete procurato?…Pezzente che non sei altro…Guarda, te li do, intanto, se voglio, me li riprendo con due leccate di un pre-pompino al primo che passa)…

Insomma, devo dire, il solo ripensare alla mia impresa mi rende tutta sudata, mentre torno lentamente alla realtà.

Hai proprio ragione, caro JeffHo vinto io. E anche di brutto”.

Ma poi penso anche al fatto che, mediamente, in California una persona si sposa 3 o 4 volte nel corso della sua vita. Il che significa che dovrei rivivere quest’avventura per il numero raddoppiato, poiché, come in una specie di Gioco dell’Oca, ad ogni divorzio bisogna tornare al punto di partenza, ossia al nome di nascita.

Altro sudore. Mi conviene tornare a fare la carina col mio cowboy zen.

Noi non divorzieremo maiVero, amore?...Dimmi che è così...

In questa rara fotografia scattata nel 2024
si vedono Jeff e Lexi, ormai indifferenti l'uno all'altra,
mentre rivolgono i loro sguardi verso nuovi orizzonti.


In quest'altra foto - invece molto più nota -
scattata nel 2022, si vede Jeff in orgogliosa compagnia
di due dei cinque figli avuti da Lexi: Jeff jr. & Little Susie.


Monday, November 9, 2009

Le cinque regole che fanno l'uomo perfetto

(Dal diario di Suze Lamb)

1 – E’ importante che il tuo uomo abbia un lavoro consolidato e che ti aiuti in casa.

2 – E’ importante che il tuo uomo ti faccia ridere.

3 – E’ importante che il tuo uomo sia qualcuno sul quale puoi sempre contare e che non t'inganni mai.

4 – E’ importante che il tuo uomo sia bravo a letto e che ti faccia l’amore sempre con passione.

5 – E’ importante che questi quattro uomini non si conoscano tra di loro.

(627 - continua)

Saturday, October 31, 2009

The Social Network Dialogues (ottobre)

3 ottobre

LEXI: Risveglio col vecchio Supersession (Kooper-Bloomfield-Stills). Album grandioso.

9 ottobre

LEXI: Robbie Williams: "Potevo morire come Michael Jackson". Come mi diceva mia nonna: Natale viene solo una volta all'anno.

***

LEXI: Herta Muller aveva dalla sua 9 giurati su 15. Gli altri 6 hanno votato per Bondi.

***

BLACKWELL: Se fossero due uomini, direi che Serena Dandini e Lella Costa si stanno facendo pompini a vicenda.
LEXI: Non so se è già stato detto, ma Serena Dandini e Lella Costa sono più belle che intelligenti.

12 ottobre

LEXI: E' un po' che non rubano più l'Urlo di Munch.

***

ROBERTO F.: Sto guardando D'Alema ospite di Zoro.
LEXI: Dopo va dal Sergente Garcia.

15 ottobre

DORACALVA: Ho parlato con il mio medico della disfunzione erettile. Gli ho detto che sono cose che capitano.
LEXI: E' importante avere un medico capace di rassicurarti.

19 ottobre

LEXI: Tra un anno a quest'ora, se tutto va bene, se Dio vuole, comincerò a essere quel filo grassa, che poi uno ti dice: "Non sarai mica incinta?"
BLACKWELL: Ehm, tra un anno?
LEXI: Prima non posso.
BLACKWELL: Ah, ecco.
GIUSEPPE L.: Il noto filosofo Califano disse: "mejo tre chili de panza en più che mezzo etto de coscia in meno". :)
LEXI: Tutto il resto è noia.

***

LEXI: Voto annullato. Karzai costretto al ballottaggio. In ogni caso: nessuna speranza per Franceschini.
BLACKWELL: Come, neanche se indossa i calzini turchesi 24/7?

***

LEXI: Pare che Albano voglia citare per plagio Safire. Forse addirittura Paul Anka.

20 ottobre

LEXI: Comunque. Dei tre, alla fine vince uno solo: o Marino, o Bersani, o Bama. Non ce ne sono altri.
BRUNO C.: Attenzione .. o Sama. Meglio non abbassare le Guardie.
JAKALA: Io punto un dime sul secondo: di solito quelli con la B vincono Barack, Berlusconi, Blair.

***

BRUNO C.: Ale, e' vero che a L.A. ci sono solo wc senz'acqua? Sembra che l'appalto sia dell'australiana Caroma.
LEXI: E' il Department of Water & Power che spinge (ho detto spinge?) a far risparmiare l'acqua. Io comunque piscio nel Rio Hondo.

27 ottobre

LEXI: Girando su iLike, al profilo di George Harrison, m'informano che al momento è "on tour". Peccato non aggiungano luoghi e date.
BLACKWELL: Forse la loro medium di fiducia è in vacanza: appena torna aggiornano la pagina.
BRUNO C.: Certo che sei impicciona!

28 ottobre

SASAKI FUJIKA: Bach, un genio ingegnere
LEXI: Commemorare John Sebastian in virtù di Piero Angela è come citare Big Brother riferendosi a un reality di merda.

***

LEXI: A 62 anni Schwarzenegger ha cominciato a fare quello che io ho smesso di fare a 19.
THOMAS JEFFERSON: Respingere delle leggi all'assemblea?
LEXI: No, nascondere i vaffanculo all'interno degli scritti.
THOMAS JEFFERSON: il NY Times è stato molto pudico nel riferire :D
MARCO P.: Gioca al dottore e alla paziente?
LEXI: Lui non so. A quello io ci gioco ancora.
MARCO P.: per questo Jeff sorride sempre nelle foto...


29 ottobre

ANGELO M.: ciao Susanna, come stai?
LEXI: Some days you eat the bear, some days the bear eats you :)

30 ottobre

DORACALVA: L'amore è un castello di sabbia a forma di donna nuda costruito sempre troppo vicino al mare
LEXI: L'importante è trovare il ponte levatoio prima che arrivi l'onda.

Wednesday, September 9, 2009

Un marito ideale

Mattinata radiosa. Jeff a casa. Penso di sfruttarlo per qualche lavoretto alla fattoria. Pessima idea.

In una delle rimesse, nascosto non so dove, mette mano a quello che fu il mio mezzo di locomozione di quando avevo 7 anni.

Così, mentre io sudo, lui passa mezza mattinata ad aggiustare e ripulire il bolide.

  1. "Hey, che te ne sembra?", mi grida mentre mi passa sfrecciando a due centimetri dai piedi.

"Mah", gli rispondo, "al momento mi sembra d'aver sposato un deficiente"...

Lo sento ridacchiare soddisfatto mentre si allontana in cerca di percorsi sempre più impegnativi.

E' il sogno di ogni donna. Quello di avere al proprio fianco un uomo responsabile, che sappia fare un po' tutto. Un uomo maturo.

Un po' come il mio, insomma.

Saturday, August 22, 2009

Da che parte per Shangri-la?

(Edmonton, Alberta)

C’è stato un momento in cui, vedendomi riflessa negli occhi di Robbie, ho pensato che di lì a poco sarei stata – nell’ordine:

1.legata al palo
2.scuoiata viva
3.trafitta con frecce infuocate
4.scotennata

Forse se sono riuscita ad evitare che ciò accadesse realmente è soltanto perché Robbie è di discendenza Ojibwa, la cui tradizione pacifica è risaputa.

Un’illustre rappresentante di questa tribù, che ancora sopravvive tra Montana e Alberta, è Eilleen Edwards, universalmente nota col nome d’arte di Shania Twain. Dove “Shania”, nella loro lingua, significa più o meno “sulla mia strada”.

Il fatto è che quando si è in giro per gli stati dell’ovest e s’incontrano persone nuove, un buon modo per chiacchierare e fare amicizia è parlare di cavalli. E siccome l'argomento è tra i miei preferiti, non mi tiro indietro.
Per cui ho la bella idea di dire a Robbie che la storia secondo la quale il cavallo sarebbe apparso sul continente americano solo dopo l’arrivo dei conquistadores spagnoli è, appunto, una storia.

Perché, in realtà, il cavallo non solo era già stato qui, ma qui, proprio sul continente americano, ebbe la sua origine come specie animale.
Numerosi sono i disegni e i graffiti preistorici raffiguranti uomini a cavallo che si possono vedere nelle grotte delle Rocky Mountains e in tutta l’area del Great Basin, dalle Wasatch Mountains alla Sierra Nevada.

In più, la conferma definitiva si ebbe una quindicina di anni fa, quando un gruppo di minatori dello Yukon ritrovarono i resti di un cavallo molto ben conservato nel suo strato di permafrost. La successiva datazione al radiocarbonio attestò la sua età a 25.000 anni prima.

Cosa successe quindi e perché, ad un certo punto, il cavallo sparì quasi totalmente dal continente americano, tanto da sembrare un animale sconosciuto quando riapparve molto più tardi insieme agli spagnoli?

La risposta che mi sembra più plausibile, quella che offro all’attenzione dell’indigeno Robbie, è che agli occhi dei primi nativi il cavallo rappresentava un animale come tutti gli altri, ossia cibo per il proprio quotidiano sostentamento. Catturarlo non era difficile, in quanto, pur allo stato brado, viveva comunque in branchi ravvicinati.

I primi cavalli, dico dunque a Robbie guardandolo negli occhi e pentendomi subito dopo di non aver ancora imparato a tenere la bocca chiusa, furono massacrati fino all’estinzione proprio da quelle lontane tribù di nativi.

E’ a sentire queste parole che Robbie mi fulmina con lo sguardo. Sapendo quale sia la venerazione che il suo popolo ha sempre avuto per il cavallo, la mia esposizione gli suona come un affronto personale.

Non solo. Robbie non crede che, nella storia dell’uomo, ci siano state le migrazioni. Lui, molto semplicemente, crede che Dio (anzi: il Creatore) abbia collocato ogni razza esattamente dove si trova adesso.
Parlargli di homo sapiens, di migrazioni, di evoluzionismo equivale, per lui, a bestemmiare. Realmente. Questo gli è stato insegnato, tramandato da generazioni. E questo è.

Ciò non toglie che la storia da me raccontata sia la Storia e che il cavallo, animale venerato in America, alla sua prima comparsa sia stato cotto e mangiato fino a decretarne una momentanea sparizione.

L’evento che segna il ritorno alla diffusione del cavallo sul territorio degli Stati Uniti è quello che, sui libri di storia americana, va sotto il nome di Pueblo Revolt (1680), ossia quando le popolazioni indiane dei pueblos del New Mexico scatenarono una lunga resistenza violenta nei confronti dei dominatori spagnoli.

Migliaia di cavalli furono rubati, fatti fuggire, venduti ad altre tribù, come gli Apache o i Comanche. Da lì si sparpagliarono per tutto l’ovest e si riprodussero in libertà.
La vita degli Indiani ne fu rivoluzionata, poiché scoprirono presto quanto fosse più facile cacciare il bufalo stando in groppa ad un cavallo piuttosto che rincorrerlo a piedi.

Alcune tribù, poi, si rivelarono particolarmente abili nell’allevamento dei cavalli, come i Nez Perce che, dopo una serie d’incroci mirati, diedero origine agli Appaloosa, la prima autentica razza equina americana.

Per cui, soprattutto negli stati del West, è come se, nei confronti del cavallo, si fosse tramandata una forma di riconoscenza. Per tutto quello che ha significato, per la sua utilità.
Sin dai tempi dei conquistadores spagnoli, che sellavano i loro cavalli a Vera Cruz e con loro attraversavano mezzo continente per disegnare le mappe, dal Bighorn River al Montana e dalle paludi della Florida alle coste della California.

Il rumore degli zoccoli fu presto un suono così familiare da diventare persino, nella tradizione mariachi, l’impronta ritmica dello Jarabe, la danza nazionale messicana.

In molti casi, nel processo che vedeva l’America espandersi verso occidente, rimanere senza un cavallo poteva significare la morte quasi certa. Per cui, ancora oggi, nel West americano il cavallo è considerato come un animale domestico, al pari del cane e del gatto.

La California, in particolare, è il primo stato americano in cui si sia fatta una legge specifica per proibire la macellazione dei cavalli per uso alimentare e, di conseguenza, la vendita della sua carne.
Non ci sarebbe nemmeno stato bisogno di questa legge. Nessuno, qui, si sognerebbe di entrare in un ristorante e chiedere al cameriere una bistecca di cavallo. Prima lui ti guarderebbe come se gli avessi domandato se si è mai fatto succhiare da sua sorella e poi ti sputerebbe in un occhio.

Però la legge esiste perché è successo che, un po’ di anni fa, in California c’era gente che rubava i cavalli dalle scuderie dei privati per poi rivenderli ai grandi macelli, tipo la Beltex Corporation di Fort Worth, che a loro volta esportavano la carne in Asia e in Europa, soprattutto in Francia, Belgio e Italia.

Così ad un certo punto i californiani sono quasi insorti e questo ha prodotto un referendum il cui esito, scontato, ha portato alla legge di cui dicevo. Naturalmente i furti di cavalli sono cessati e adesso anche in molti altri stati si parla di introdurre questa legge.

Insomma, la mitologia cowboy ha creato intorno al cavallo un vero e proprio taboo, per cui il solo pensiero di farsi un barbecue con la carne di Black Beauty o di Tiddly Winks è ritenuto dalla maggior parte delle persone come qualcosa di disgustoso ed incivile.


Mentre parliamo di tutto questo, Robbie allunga la mano sul mio collo.
Ecco, ci siamo, penso, adesso mi strozza. Invece si limita a guardare il piccolo crocifisso che ho infilato nella collanina.
Lui ce l’ha un po’ anche con il Dio dei Cristiani perché i Cristiani, nel rito dell’eucarestia, fanno uso di vino. E l’alcool, per il suo popolo, rappresenta una piaga endemica.

Così mi scuso con lui se, oltre a dirgli in faccia che s’è mangiato tutti i cavalli del Quaternario, l’ho pure costretto a farsi di mojito e a depravarsi con me, per tenermi compagnia nella mia sbronza nostalgica di fine estate.

Non glielo dico ma ricordo quando, nei nostri giri dalla California al New Mexico, io e la mia Becky avvistavamo intere mandrie di cavalli selvaggi, robusti mustang allo stato brado. Come ancora se ne vedono oggi.
Nessun’altra visione poteva stregare maggiormente i nostri occhi di bambine.

Allora non lo sapevamo, se non in forma d’infantile percezione, ma quell’immagine di assoluta libertà, di pace, di armonia con il creato, è sempre stata la porta del nostro Shangri-la. Il nostro Paradiso in Terra, dove il tempo trascorre immobile e la bellezza brucia gli occhi senza mai consumarli.

Ogni volta, quando mi si presenta questa visione, è come varcare la soglia di un sogno che mi riporta indietro. A quando eravamo tutti un po’ più felici. Una vita fa.

(Robbie & Lexi - click photos to enlarge)

Tuesday, August 18, 2009

Potrai amarmi, Suzy?

(Slave Lake, Alberta)

Sarà stato il riflesso del sole sui suoi capelli d’oro, ma quando lui, per la prima volta, la vide scendere dal carro con quel suo lungo abito bianco ed il parasole ricamato, in quel momento pensò che Dio gli avesse inviato l’angelo più bello di tutto il paradiso…

***

E’ il pensiero di un’altra vita quello che mi prende mentre attraversiamo le sterminate distese gialle di senape e i campi violacei di alfalfa che coprono l’Alberta, ai piedi delle Rocky Mountains canadesi.

Non era così raro. Molte donne venivano dall’est per sposare i minatori e i coltivatori. Senza essersi mai visti prima. Solo poche righe in una lettera. Talvolta una fotografia (e non sempre della persona giusta). Mail order brides. Donne dall’aspetto delicato e dalle buone maniere, ma forti dentro.

Oggi sarebbe impensabile costruire in questo modo un rapporto matrimoniale e un progetto familiare.
Ma allora si pensava che ci fosse la mano di Dio a guidare le nostre azioni, determinando le nostre vite, dandole un senso preciso, e - tramite esse – facendo dell’America ciò che è diventata. Un posto un po’ speciale.

Si sta bene qui durante il giorno. Ci saranno al massimo 23-24 gradi, e nemmeno sempre. L’ideale. Alla notte, però, si sprofonda a 5-6 gradi.

La prima notte mi sono svegliata tremante, come se gelassi nel pieno dell’inverno.
Eppure, nel mio sogno, il ricordo della sua bellezza mi bruciava l’anima. Poi mi sono svegliata e ho sentito tanto freddo.

Nella semi oscurità sento Jeff che toglie la coperta dalla sua parte per darla tutta a me.
Non pensarci nemmeno”, gli dico ancora un po’ scossa.

Per gli indiani del luogo “tagliare in due la coperta” significa che la separazione è vicina. Per cui, con tutta la gentilezza di cui sono capace, gli restituisco la sua parte di coperta e mi accuccio contro di lui. E’ una fredda notte, dobbiamo scaldarci l’un l’altra.

Per lunghi tratti, nel nostro girovagare, costeggiamo e tagliamo il sinuoso Athabasca River, che diventa il nostro inseparabile compagno di viaggio in questi giorni.

Talvolta il suo corso si fa tranquillo, quasi stagnante, con acque di un verde più scuro quando entra nello Slave Lake. A nord del Montana, a ovest del Saskatchewan.

Più avanti c’è una distesa bianca di lilies of the valley, mughetti selvatici.
Si dice che questo fiore così delicato sia sbocciato dalle lacrime versate da Eva quando Dio la scacciò dall’Eden.

Ma è anche un fiore che simboleggia una ritrovata serenità dopo i dolori e i tormenti dell’anima. Mi chino ad annusarli, quasi a volerli abbracciare uno per uno.

Dietro di me, in piedi, Jeff mi sembra così grande. Resto a guardarlo. Senza parole, con le lacrime agli occhi. Amo quest’uomo. Lui ha reso la mia vita così completa…

***
Mentre il sole annunciava il tramonto, lei guardò il suo ruvido cowboy e, dai suoi modi impacciati, capì che era soltanto la sua gentilezza a renderlo timido di fronte a lei.

Poi, finalmente, quasi scusandosi di tutto quel glorioso silenzio, dei monti e del cielo infinito, trovò il coraggio di rivolgerle lo sguardo. E infine la parola.

”Crede che potrà amarmi, miss?…Potrai amarmi, Suzy?”

Lei gli sorrise. Nei suoi occhi vide che il domani aveva il colore dell’oro, il profumo dei campi.

“Sono tua moglie”, gli disse. “Portami a casa”.

***




Jeff, the acrobatic diver

Sunday, August 16, 2009

Nothing like home










Tuesday, August 4, 2009

Sommarlov

Dunque, vediamo…

Salgo in bicicletta e arrivo all’ICA Maxi di Motala.
Compro del caffè, cacao in polvere, uova e mascarpone. Non trovo i ladyfingers (i savoiardi), così ripiego su un altro tipo di biscotti.
Torno a casa. Preparo il tiramisù. Lo metto in frigorifero. Faccio un bagno e mi cambio.
Tiro fuori il tiramisù, lo metto nel cestino della bicicletta e pedalo sulla stradina che costeggia il lago.
Arrivo a casa di F.S.. Le do il tiramisù e lei m’invita a restare a cena con la sua famiglia.

La scena descritta è probabilmente la giornata più movimentata della mia permanenza in Svezia. Roba forte. Adrenalinica.

La mia vita ha bisogno anche di queste cose, di questi momenti. Di ritmi rallentati, sospesi tra “il non fare niente” e “il non fare quasi niente”.

Me li godo sempre quei pochi giorni all’anno che spendo nella vecchia casa di mia nonna. Una bella casetta accogliente che si affaccia sul lago Vattern, nel sud-est della Svezia.
Tranquilla, isolata, immersa nel verde e nel silenzio. Un silenzio che non è soltanto assenza di rumore ma piuttosto la sostanza di una dimensione interiore che piano piano si appropria della tua stessa anima.

E’ la prima volta che vengo da sola in questa casa. Mi ci trovo bene.
Giro per le stanze e m’illudo quasi di stabilire un legame spirituale con le persone che, in questi luoghi, hanno vissuto pienamente le loro vite, molto tempo prima che arrivassi io.

Mi chiedo se sia mai capitato, ai miei bisnonni, di avere avuto un pensiero, anche fugace, per i figli dei figli dei figli. Un piccolo salvagente lanciato nell’oceano del tempo.
Se fosse possibile vorrei fargli sapere che il loro pensiero è stato ricevuto e ricambiato. Vorrei che sapessero che io sono qua e che, in un certo senso, la loro vita continua in me.

Durante la giornata non faccio che leggere, cucinare, pescare, passeggiare sul lungolago e tra i boschi, pedalare, bere tea guardando il punto dove l’acqua incontra il cielo e si confonde con esso.
A volte parlo da sola, ma più che altro penso. Oppure non penso a nulla e mi faccio assorbire dalla natura e dai colori.

E’ una bella vita. Potrei passare la vita a fare questa vita!

Anche se, un po’ prosaicamente, riconosco che, per le mie necessità, stare due settimane senza trombare è una penitenza non da poco. Già mi pesa starci due giorni senza farlo.
Temo proprio che non sarò mai come Bristol Palin (che dopo aver passato anni a fottere come una lepre si ritrova adesso a fare la testimonial per la Candie’s Foundation e propugna l’astinenza sessuale).

Però, a parte questo piccolo inconveniente, al quale si può comunque trovare un momentaneo rimedio-tampone, ogni tanto ho bisogno di stare un po’ da sola.

E, in ogni caso, sola sola non rimango nemmeno qui. Ho alcuni amici, come F.S. e famiglia, tutti molto carini e premurosi nei miei riguardi.

Di solito loro mi parlano in inglese, io cerco di rispondere in svedese, per quello che riesco. Credo sia un segno di rispetto verso la nazione che ti ospita.
Naturalmente non sono ancora molto brava, però posso dire di saper parlare svedese meglio di quanto Sonia Sotomayor sappia parlare l’inglese.

Come sempre, quando si sta bene in un posto, i giorni passano in fretta e non restano che i saluti e gli arrivederci. Det ar dags att ga hem, è ora di tornare di casa. Di rimettersi in viaggio verso occidente.

Qualche giorno in California. Il tempo di aprire le finestre di casa, fare qualche bagno e, forse, sbronzarsi di mojito.
Poi, con Jeff, si va al nord, direzione Canada. Oh Canada!

Blue zinc lipstick...in omaggio alla bandiera svedese

***





Saturday, July 25, 2009

Sentimental Journey

(Riassumendo gli ultimi spostamenti...)

Prima ho salutato Jeff. Lui doveva tornare a casa.

La sera precedente, mentre casualmente mi trovavo con le braccia avvinghiate alle sue spalle e le gambe intrecciate al suo fondoschiena, ho di colpo stretto le cosce con una mossa a tenaglia. Al punto da fargli chiedere cosa stessi facendo.

"Questo è niente", gli dico. "Sappi che posso fare male. Molto male".

Lanciato l'avvertimento allento la presa e torno ad essere morbidissima carne per il mio ranchero al pascolo.
"Coraggio, cowboy, sbatti quel toro nella stalla!"

Jeff a ovest, io ancora ad est. Ma più a nord. Massachusetts. Per aspettare mia madre in arrivo dall'Italia.

Lei mi ha risparmiato la triste visione della nostra casa italiana svuotata e chiusa per sempre. Però non mi sentivo di lasciare tutto sulle sue spalle. Anche qui c'erano ancora alcune cose da sistemare. Oggetti, libri, abiti.

Un gran nodo in gola. Ma anche la consolazione di essere insieme, io e mamma, e insieme respirare l'aria e i luoghi di chi è sempre con noi.

E' così. Quando una persona non c'è più, il suo spirito (o, come dice Husserl, la sua presenza primordiale) non abbandona del tutto i luoghi che tanto ha amato in vita. C'è sempre qualcosa di lei nell'aria.

Seguendo i passi del Nostro Angelo siamo poi arrivate fino al mare, su un'isola della Virginia che si chiama Chincoteague. Un paradiso pieno di ponies, cervi ed anatre. Un buon posto dove ricucire i cuori.

Pochi giorni. Poi mamma è partita per la California. Per la sua nuova casa, alla quale si deve abituare. Ho chiesto a Jeff di darle una mano. Lo farà. Quei due si piacciono.

Se fosse per lei non chiederebbe niente a nessuno. Lo so perché, in questo, siamo due mele spaccate a metà.
In più non vuole correre il rischio di passare per la suocera invadente, cosa per altro impossibile poiché non lo è per natura.

Però diciamo che se, del tutto casualmente, a Jeff venisse in mente di passare a vedere come se la sta cavando, lei mica si può rifiutare di farlo entrare!...E siccome sono sicura che questo è quello che accadrà, la lascio partire con la tranquillità nel cuore.

Mamma a ovest. Io più ad est. Oltre l'Atlantico e sui cieli della Vecchia Europa. Come dirò.

***

Mentre mamma si dà al catch sulla spiaggia...

io mi rilasso pescando bluefish...

e facendo corse di go kart...

anche perché l'acqua dell'Atlantico
non è sempre invitante

Thursday, July 23, 2009

Alessandra Magna

Thursday, July 9, 2009

L'album di Miami









(Click to enlarge)

Monday, July 6, 2009

Limbo & Ferrari

Peccato non esista una documentazione fotografica che attesti la mia schiacciante vittoria nella gara di limbo organizzata su due piedi dal Newport Beachside Resort per ravvivare un po’ l’ambiente.

Grande signorilità da parte mia quando, a mo’ di premio, mi è stato consegnato un coupon per una bevuta supplementare gratuita.
Raramente mi è capitato di commuovermi così.

Non vorrei portarvi al fallimento”, ho sibilato al ragazzo, ma forse non ha capito.

Subito dopo, con una certa sorpresa, ho avvertito intorno a me un entusiasmo che mi è parso francamente esagerato per una vittoria di limbo.
Fortunatamente mi sono trattenuta per tempo dal fare il segno di vittoria alla Churchill, dal momento che tutta quella eccitazione goliardica era dovuta all’apparizione, alle mie spalle, di Tila Tequila, anche lei ospite del resort.

Per cui ho afferrato il mio coupon e, con grande charme, mi sono ritirata dalla scena andando ad affogare tutta la mia disperazione nel Tropical Drink guadagnato gratuitamente grazie alla mia straordinaria flessuosità corporea.

Hey”, mi fa il barman, “Lo sai che adesso siamo anche su Twitter?
Bello”, gli dico, “Scrivi che ho vinto la gara di limbo e ti spacco tutte quelle bottiglie in testa!"

Meglio è andata a Jeff che si è goduto la visita al nuovo Ferrari Store, da poco aperto a Miami, sul Biscayne Boulevard.

Lui è veramente un patito della Ferrari. Anzi, credo che mi abbia sposata solo perché gli ho detto che, quando stavo in Italia, una volta sono passata da Maranello.

Non escludo che quando maneggia le rotondità delle mie chiappe, anziché sentire profumo di donna, annusi l'odore dei copertoni dell'autodromo di Monza. Wroom-wroom.

Poi, adesso che la FIAT è entrata in Chrysler, si aspetta che da un momento all’altro le strade d’America siano invase dalle rosse col cavallino rampante.
Abbastanza improbabile. Un po’ come pensare di veder sfrecciare le Cinquecento sulle freeways, del resto.

Comunque io sono sempre contenta quando Jeff è contento. E che lo fosse l’ho capito quando dopo avergli detto: “adesso andiamo a vedere l’altro nuovo Ferrari Store, quello di Honolulu?”, lui – senza togliere gli occhi dalla rossa – ha sospirato: “O.k., ancora cinque minuti”.
Completamente fuso.

p.s.: Poi ho controllato. Non era una balla del barista. Il Newport Beachside Resort è davvero su Twitter!

Il nuovo pilota della Ferrari

Friday, July 3, 2009

Libri che parlano di te

(Miami, Florida)

Tra un temporale e l'altro c'è il tempo di fare questo giochino sfizioso che sta girando su Facebook.

15 domande personali alle quali bisogna rispondere usando titoli di libri.
Libri che non devono necessariamente esserti piaciuti ma solo adattarsi - nel titolo - a te e alla tua vita.

Ecco le mie risposte.

1. Sei maschio o femmina?
Ritratto di signora (Henry James)

2. Descriviti:
Alice nel paese delle meraviglie (Lewis Carroll)

3. Cosa provano le persone quando stanno con te?
Attrazione fatale (H.B.Gilmour)

4. Descrivi la tua relazione precedente:
Il salto di Saffo (Erica Jong)

5. Descrivi la tua relazione corrente:
Le affinità elettive (J.W.Goethe)

6. Dove vorresti trovarti?
Sulla strada (Jack Kerouac)

7. Come ti senti nei riguardi dell'amore?
Il nostro bisogno di consolazione (Stig Dagerman)

8. Com'è la tua vita?
A sud di nessun nord (Charles Bukowski)

9. Che cosa chiederesti se avessi a disposizione un solo desiderio?
Dio e i suoi doni (Ivy Compton Burnett)

10. Di' qualcosa di saggio:
Tutto è bene quel che finisce bene (William Shakespeare)

11. Una musica:
La ballata del caffè triste (Carson McCullers)

12. Chi o cosa temi?
Il viaggio più lungo (E.M.Forster)

13. Un rimpianto:
Le parole che non ti ho detto (Nicholas Sparks)

14. Un consiglio per chi è più giovane:
Va dove ti porta il cuore (Susanna Tamaro)

15. Da evitare accuratamente:
Uomini e topi (John Steinbeck)

Wednesday, July 1, 2009

Escape to Florida

Baltimore - Miami

Plane ride

Ocean on the left

Flying low over Biscayne Bay and ready to land

Looking over our balcony

Friday, June 26, 2009

Somewhere down below the Mason-Dixon Line

(Ocean City, Maryland)

Qui, nel Maryland (o, come dicono gli indigeni dopo essersi stretti il naso con una molletta invisibile: Merliin!), la gente, oltre a parlare appunto una lingua forestiera e moderatamente incomprensibile, è proprio strana forte.

Voglio dire: se io lascio Los Angeles alle 9 di mattina, e sull’aereo ci resto 5 ore esatte, perché quando arrivo a Baltimore (o, come dicono gli indigeni dopo essersi stretti il naso con una molletta invisibile: Bawlmerr!) la gente si ostina irragionevolmente a sostenere che sono le 5 del pomeriggio anziché le 2, come segna la mia infallibile clessidra da polso?

Possono dire quello che vogliono, ma questi redneck crackers di Bawlmerr Canny (county) si scordano che io scenda per la cena alle 4 del pomeriggio!

Un po’ prima, durante il volo, per ingannare il tempo indico a Jeff una delle hostess e gli chiedo se quella, secondo lui, è un po’ puttana.
E’ il gioco del momento. Da quando Letterman ha detto che Sarah Palin ha un look da “slutty flight assistant”, tutti guardano le hostess con occhio diverso, aspettandosi che da un momento all’altro si mettano a gambe larghe, tirandosi su la gonna per far vedere che non hanno le mutande.

Jeff alza lo sguardo dalla sua rivista di motori e, con inaspettata prontezza, mi fa sapere che in realtà è quell’altra hostess a dargli l’idea di maggior porcaggine.
Risposta sbagliata, mio caro, anzi sbagliatissima.
Lo guardo. Gli dico:
Stammi a sentire, bel ragazzo, ci tieni a fare le vacanze con me o vuoi che ti faccia passare attraverso l’oblò in tutta la tua lunghezza?”

Lui si rituffa come se niente fosse sulle meraviglie della Ferrari mentre io aspetto che la puttana torni nei paraggi per trasformarmi in Dolly Parton. Alla quale, oltre al giorno di nascita – anno escluso, ovviamente – mi accomuna l’acconciatura, la manicure e, diciamolo pure, anche il giro-mammella.

Infilo il mio braccio sotto a quello di Jeff (me lo tengo stretto, non si sa mai) e, in uno struggente tono nashvilliano, gli canticchio sottovoce: “Jolene, Jolene, Jolene, JoleeeeeneI’m beggin’ of ya please don’t take my man!

Fortuna vuole che, in vista di Bawlmerr, alla puttana Jolene non venga in mente di dirci che abbiamo oltrepassato la Mason-Dixon Line.

Non che non ami la storia. La Mason-Dixon Line è il confine (immaginario) che separa la Pennsylvania dal Maryland e, durante la Guerra Civile, segnava idealmente la distinzione culturale tra gli Stati liberi del Nord e quelli schiavisti del Sud.

Ma – e non me ne vogliano i poveri Charles Mason e Jeremiah Dixon - per noi rozzi bovari del West, quando una ragazza dice di essere da qualche parte sotto la Mason-Dixon Line significa soltanto che, con la testa, è andata giù, fino a trovarsi face to face (si fa per dire) con il membro del proprio uomo.

Per cui, nessuna Jolene del cazzo può osare guardare il mio Jeff negli occhi, parlargli dal sud della Mason-Dixon Line e sperare di sopravvivere.

Già mi girano abbastanza, mentre me ne sto tranquilla a tracannarmi una bottiglia d’acqua (ah-battlloh-wootr), sentirmi chiedere se andremo a Wasshninn-oourr-Naawlins (Washington o New Orleans).

No, più semplicemente, mi viene da dire (dopo essermi stretta il naso con una molletta invisibile): “Ahgon-downey-owwshin-city”, tutto di filata e senza respirare. Me ne vado a Ocean City (foto sopra). Dove, nei primi del Novecento, le signore dell'alta società venivano a svernare, per distrarsi dagli stress metropolitani e dai mariti noiosi.

Comunque le vacanze sono iniziate bene ed è tutto molto rilassante. Un po’ di sole, belle passeggiate lungo il boardwalk, tenendosi per mano (quando non si è impegnati a divorare le Thrasher’s Fries, cioé praticamente tutto il tempo), molto shopping, specie in alcuni fantastici negozietti di antiques nella vicina Berlin.

Una sensazione di rilassatezza che mi predispone anche a pensieri strani.
Così, mentre davanti allo specchio del bagno mi abbasso la spallina del prendisole m’immagino che, di colpo, dietro di me, Jeff apra il box doccia e, con perfetta pronuncia da gentiluomo del Sud (dopo essersi stretto il naso con una molletta invisibile) m’inviti a “pitcheur-baneseat-owff”, togliermi il costume, e raggiungerlo.

Mentre finisco di spogliarmi, con il pensiero sono già sotto la doccia, stretta a lui, insaponandolo e cercando il punto esatto in cui scorre la sua Mason-Dixon Line.
Dopodiché, come la migliore delle hostess, lo informo correttamente che mi concederò un lungo scalo tecnico a sud di essa.

Intanto conto fino a dieci e – gambe larghe e mani sui fianchi - fisso la doccia. Se non apre lui, entro io.




Chesapeake Bay
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